• Tra Salvini e Di Maio volano gli stracci. Consultazioni rinviate

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    Il leghista prima apre: “Incontriamoci”. Poi lo gela: “Di Luigino mi interessa meno di zero”

    Più che stallo, il dialogo tra Lega e Movimento Cinquestelle appare bloccato in un vicolo cieco, cristallizzato dalla pretesa grillina di dividere il centrodestra.

    Una impasse che sembra destinata a durare e che si proietta sulle consultazioni quirinalizie che, salvo sorprese, a questo punto dovrebbero slittare alla prossima settimana. Sergio Mattarella, infatti, intende prendere tempo nella speranza che maturino le condizioni per lavorare su una qualche soluzione, piuttosto che limitarsi a fotografare distanze apparentemente incolmabili. E a questo punto anche la data inizialmente ipotizzata – giovedì o venerdì – sembra sfumata.

    Chi prova a tenere vivo il fuoco del dialogo e mette in campo dosi massicce di buona volontà è Matteo Salvini. «C’è il 51% di possibilità di fare un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle» dice a San Daniele del Friuli. La replica di Luigi Di Maio, però, è perentoria e tranchant. «C’è lo 0% di possibilità che il Movimento 5 stelle vada al governo con Berlusconi e con l’ammucchiata di centrodestra. Salvini deve scegliere tra Berlusconi e il cambiamento del Paese».

    Salvini non si arrende e continua la sua offensiva della buona volontà. «A Di Maio chiederò un incontro volentieri», dice a Udine. «Si parte dal centrodestra, mancano voti, a chi li chiedo? A caso? No, provo a dialogare sui temi» e con il M5s «il dialogo è possibile, ma non con i veti. L’importante è che Di Maio voglia parlare di progetti e non di posti. È ovvio che per dialogare con uno, questo deve aver voglia di ascoltare. Se questo mi dice il presidente del Consiglio lo faccio io, la squadra è mia, il programma è mio, comando io, quello là non mi piace, parlo con chi ho voglia, capite che non è esattamente il modo migliore per dialogare. Per governare una famiglia, un’azienda occorrono umiltà, buonsenso, voglia di ascoltare e spirito di sacrificio». E quanto al centrodestra, «abbiamo vinto come squadra, andiamo avanti come squadra», solo che «ogni tanto c’è bisogno che l’allenatore ricordi lo schema di gioco». A ogni modo «o ci sono i numeri o la parola torna agli italiani». E quanto ai mandati esplorativi, «ho fatto il boy scout a 10 anni, ma qui c’è in ballo il futuro del Paese, non è una lotteria. O ci sono numeri certi o lascio il posto ad altri». Di certo con il passare delle ore e di fronte alle chiusure pentastellate, anche la porta aperta di Salvini si va gradualmente chiudendo: «Di Di Maio,in questo momento, mi interessa meno di zero», è l’ultima battuta dettata a fine giornata.

    Il messaggio di Salvini – impegnato in un tour de force elettorale a favore del candidato governatore Massimiliano Fedriga – è: «Non ci sto a farmi bruciare». Certo parlando con i simpatizzanti friulani si concede un benaugurante: «Tornerò da premier». Ma il suo ragionamento è che se deve nascere una cosa posticcia destinata a essere impallinata dalle Camere, tentare l’avventura a Palazzo Chigi è del tutto inutile. Informalmente i leghisti commentano la trattativa con i Cinquestelle, ma anche quella con gli alleati, con tono tra il divertito e lo stizzito: «Più di così cosa dobbiamo fare? Ci stiamo trasformando in democristiani, anzi in dorotei, a forza di sacrifici e responsabilità…». In realtà i dirigenti del Carroccio iniziano a nutrire una certa insofferenza per la difficoltà di dialogo con i Cinquestelle. E per il tentativo di dividere il centrodestra, tentativo liquidato come una «trappola maldestra». Perché, come dice Salvini in serata a Retequattro: «Come centrodestra ci siamo presentati davanti agli elettori e abbiamo preso più di dodici milioni di voti, mica eravamo nascosti…». Il Giornale.it