Pesaro. Coronavirus, parla infermiera: “Pazienti ti implorano di essere aiutati a respirare”

Le paure, l’inquietudine, i timori non sono certo infondati. Ma non è dato avere realmente contezza di ciò che accade dentro gli ospedali, specie ora che sono diventati luoghi blindati. E solo raramente il fiume giornaliero di notizie ci porta anche qualche pepita. Noi abbiamo chiesto cosa succede dentro a chi è in prima linea e ha dato ampia prova di essere la spina dorsale di un sistema che altrimenti sarebbe stato destinato a non reggere. Cinzia Buttiglione è un’infermiera che lavora all’ospedale di Pesaro e la cui testimonianza che oggi ha un gran valore, continuerà ad averlo nei giorni a venire, per i posteri.

L’ospedale in cui lei lavora è blindato?
“Sì, lo è da quando è diventato tutto Covid-19. Nel momento in cui c’è stato il cambiamento organizzativo, i giornalisti sono entrati. Ora a malapena ci vediamo tra colleghi, adesso Pesaro è tutto Covid, l’unico reparto che è rimasto, quello dal quale io provengo, è la cardiologia che è stata spostata nei sotterranei, per garantire assistenza agli infarti che vanno trattati subito, quelli che possono aspettare qualche ora vengono trasferiti a Urbino o ad Ancona”.

Sentiamo spesso parlare di fame d’aria, significa che chi se ne va muore realmente soffocato?
“Questo è il rischio che si corre. Le persone che arrivano hanno magari qualche linea di febbre e avvertono un lieve affaticamento quando respirano, nel giro di poco, spesso proprio da un momento all’altro diventano viola in faccia e ti implorano di essere aiutate a respirare. Ci sono anche ragazzi giovani che vengono intubati perché quello è l’unico modo per provare a salvarli. Dal momento in cui la persona viene intubata e entra in terapia intensiva per fortuna è addormentata. Una volta entrati in terapia intensiva il decorso è molto lungo, a Pesaro ci sono quattro rianimazioni, in quella in cui lavoro io, in tre settimane ho visto per ora solo una persona uscire con le proprie gambe”.

Cosa accade a tutti gli altri?
“Nella maggior parte delle persone che finiscono in terapia intensiva vediamo che dopo aver aggredito i polmoni, la malattia fa insorgere un’insufficienza renale, così il paziente viene attaccato alla macchina della dialisi, se dopo 72 ore la situazione non migliora inizia il decadimento di tutti gli altri organi e si aumenta la sedazione, si arriva a somministrare anche morfina per garantire una morte tranquilla”.

Abbiamo ascoltato la testimonianza di infermieri che aiutano i pazienti a videochiamare i propri cari…
“Ciò avviene quando le persone si trovano magari nella subintensiva, in rianimazione come le ho spiegato le persone sono tutte addormentate”.

E’ già capitato di non poter accogliere persone con fame d’aria?
“Sì perché l’ospedale era saturo e anche in piena notte è capitato di dover trasferire le persone verso altri nosocomi”.

I familiari delle persone ricoverate come affrontano il distacco?
“I familiari sono disperati, hanno la possibilità di chiamare in determinati orari ma specie quando il paziente si trova in terapia intensiva, non sentono mai una voce dall’altro capo del telefono che può dire che si intravede un miglioramento. Può accadere che il paziente sia stabile e che solo mezz’ora dopo le sue condizioni precipitino e muoia. Occorre essere sempre preparati. E ovviamente non è consentito dir addio a chi se ne va perché la salma rilascia nell’aria tutto ciò che ha dentro”.

Anche voi pronate i pazienti?
“Sì, noi facciamo il rilievo dell’ossigenazione del sangue, c’è chi ha una buona ratio, sopra i 300, ma c’è anche chi ce l’ha bassa e si prova così a pronarli. E’ un lavoro durissimo per noi infermieri che comunque siamo sempre assistiti dai medici. E’ dura anche fisicamente perché la gran parte delle persone colpite da Covid-19 sono uomini e sono sovrappeso, ci sono studi che mettono in luce proprio il fatto che il virus colpisce gli adipocipi, ovvero le cellule adipose”.

Sembra stiate realmente combattendo una grande guerra. Ci sono stati disertori?
“No, nessuna defezione ma tanta voglia di vincere battaglia dopo battaglia combattendo tutti assieme, in assoluta sinergia. Certo non è facile, non lo è per noi infermieri e nemmeno per i medici che sono costantemente al nostro fianco e che spesso sono sfiniti anche perché il loro numero è davvero ridotto, penso agli anestesisti che sono molto pochi”.

Poi c’è la paura del contagio che non fa dormire sonni tranquilli.
“Io per quello mi sento serena. All’inizio è stato devastante ma poi ci ho fatto l’abitudine. Quando inizio il turno metto il primo paio di guanti, il camice, i calzari, il copricapo, la mascherina chirurgica e poi la mascherina modello fp2 perché non abbiamo la fp3”.

Con due mascherine non le sembra di soffocare?
“Bisogna essere molto forti mentalmente, non lasciarsi impressionare. La doppia mascherina in effetti ti toglie l’aria e intorno a te non vedi che persone che hanno difficoltà a respirare. Io prima di iniziare il turno visto che poi per 6 o sette ore di fila non posso fare pause e nemmeno andare in bagno, mi rinfresco e bevo caffè, per tenermi su e assorbire anche zuccheri che mi diano la forza di andare avanti. Certo i doppi guanti mi lasciano le mani squamate e la doppia mascherina mi ferisce il naso che fa molto male ma questo è il prezzo di essere d’aiuto”.

A casa con i bambini riesce ad essere serena?
“Ci provo – nel poco tempo che posso trascorrere con loro – perché l’unico modo perché tutto questo passi è che restino a casa. Anche a loro, ai bambini, dico di far la propria parte cercando di non ammalarsi perché ora non si può andare in ospedale. Comunque c’è tanta gente che ancora non ha capito. L’altro giorno andando a fare la spesa ho visto coppie di persone senza mascherina che avevano la fisionomia di nostri pazienti. Ho avuto tanta paura per loro”.

Olga Mattioli
Repubblica Sm