L’intesa Salvini-Di Maio ora vacilla sul premier

Mar 25, 2018

  • Condividi l'articolo

    Il leader leghista: “Il prossimo premier non potrà che essere indicato dal centrodestra”. Ma il grillino non ci sta

    La Lega e M5S sempre più vicini, ma resta il nodo premiership.

    Per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato l’asse ha tenuto, ma ci ha pensato Matteo Salvini a lanciare l’alert, su eventuali fughe in avanti: “Nel rispetto di tutti, il prossimo premier non potrà che essere indicato dal centrodestra, la coalizione che ha preso più voti e che anche ieri ha dimostrato compattezza, intelligenza e rispetto degli elettori”. Sbrigata la faccenda ‘presidenzè, di fatto ora si guarda alle Consultazioni e, se il leader del Carroccio ribadisce fedeltà al centrodestra, non si può non cominciare a chiedersi, qualora si sancisca una maggioranza di ferro tra centrodestra e pentastellati, chi andrà a palazzo Chigi. La risposta di Di Maio non si è fatta attendere: “Abbiamo sempre detto che la partita sulle presidenze delle Camere è slegata da quella del governo. Piuttosto, da oggi chi vuole lavorare per i cittadini sa che esiste una forza affidabile e seria che dialoga con tutti e si muove compatta per il bene del Paese”. Il governo può anche trovare dei punti d’incontro, ma sulla premiership nè Di Maio nè Salvini intendono cedere. Ovviamente sempre che Salvini rimanga ancora al 37 per cento a cui hanno contribuito Forza Italia e Fratelli d’Italia, altrimenti in solitaria, fanno notare, sarebbe relegato al ruolo di socio di minoranza. Anche Beppe Grillo, sulla scia di Luigi Di Maio, ha ammesso: “Salvini è uno che quando dice una cosa poi la mantiene e questa è una cosa rara”.

    Su di una eventuale fiducia a un governo con il leghista, il comico genovese non si è sbilanciato: “Questo non lo so”. L’asse giallo-verde ha tenuto sulle presidenze delle Camere e ha portato a casa il risultato: la Camera ai grillini e il Senato al centrodestra, ma soprattutto nessun accordo o filo diretto tra Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi. Il Movimento ha quindi mantenuto la sua verginità, almeno su questo punto. E già si può intravedere una convergenza programmatica di entrambe le forze politiche, come del resto ha fatto sapere il Quirinale a una settimana dalle Consultazioni. Scompare infatti dal programma 5stelle il cavallo di battaglia della campagna elettorale: il reddito di cittadinanza. “Noi abbiamo dimostrato di essere aperti a tutti per il bene del Paese purché il dialogo e il confronto restino incentrati sulle priorità dei cittadini e non delle forze politiche – ha spiegato Di Maio – taglio delle tasse, superamento della legge Fornero, welfare per le famiglie, lotta alla disoccupazione giovanile”. Anche Salvini è ritornato sulla sua agenda programmatica: “Via legge Fornero e spesometro, giù tasse e accise, taglio di sprechi e spese inutili, riforma della scuola e della giustizia, legittima difesa, revisione dei trattati europei, rilancio dell’agricoltura e della pesca italiane, Ministero per i disabili, pace fiscale fra cittadini ed Equitalia, autonomia e federalismo, espulsione dei clandestini e controllo dei confini”. E ha assicurato: “Noi siamo pronti”. Il reddito di cittadinanza non è di fatto mai stato digerito dal Carroccio e nelle parole di Giancarlo Giorgetti non se ne è fatto un mistero: “Questo benedetto reddito di cittadinanza se è una misura universalista per sostituire la pensione o una reversibilità, non ha assolutamente senso, se è un qualche cosa che orienti o incentivi la ricerca del lavoro, allora è qualcosa che può essere valutato”. Il Giornale.it