• E i fantasmi di D’Alema e Bersani scuotono i dem

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    Nel Pd, alla vigilia (mese più, mese meno) del congresso, ci si accapiglia. Su Massimo D’Alema.

    Sembra di essere sul set di Ritorno al futuro (o in una sua più casereccia parodia stile Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, tipo «L’esorciccio»): capelli cotonati, vestitini pastello anni Cinquanta, la foto della salma di Lenin in salotto e D’Alema a tirare i fili. Ma c’è poco da ridere: ieri il povero Roberto Speranza, che guida la mesta processione degli ex scissionisti dalemian-bersaniani di Articolo 1, di ritorno nel Pd per cause di forza maggiore (se no nessuno li eleggeva), ha dovuto usare tutta la propria notevole verve per smentire focosamente – e far smentire da Enrico Letta – di aver mai accettato dal segretario dem la seguente richiesta: «Ok, vi diamo un po’ di posti sicuri in lista e vi facciamo tornare con grandi fanfare e vitelli grassi. Ma per favore non portateci pure quello». Il bislacco comunicato chiesto da Articolo 1 e emesso dal Nazareno recita: «Mai tra Enrico Letta e Roberto Speranza si è fatto riferimento a singole personalità e tanto meno a Massimo D’Alema». Mai. Tanto meno.

    Anche perché D’Alema, come lui stesso ricorda, è «in pensione da almeno 7 anni», quindi «non partecipo al dibattito politico» (magari in Colombia sì, ma non certo in Italia). E comunque lui non ha alcuna intenzione di rientrare nel Pd, col suo fido Pierluigi Bersani: un conto è piazzare un po’ di suoi discepoli disoccupati nelle liste dem, in modo da assicurargli uno stipendio dignitoso. Ma subito dopo, nei piani dei due dioscuri della scissione, il Pd va sciolto e fatto confluire sotto la illuminata guida populista di Giuseppe Conte.

    Ad opporsi a questo piuttosto raccapricciante destino c’è il candidato segretario dato per favorito, Stefano Bonaccini. Che ha liquidato piuttosto seccamente le pretese degli ex scissionisti: «Mi interessa poco che rientrino alcuni ex dirigenti, a me interessano gli elettori che abbiamo perso: erano 12 milioni con Veltroni (e con Renzi nel 2014, ndr) e oggi sono solo 5 milioni». Quanto ai 5S, Bonaccini rivendica di non averli voluti come alleati in Emilia Romagna. Per arginare la trasformazione del Pd in un satellite del populismo filo-russo, però, Bonaccini ha bisogno di vincere bene le primarie (gli ultimi sondaggi lo danno in testa di 20 punti) ma anche di non finire ostaggio di correnti e satrapi locali, tipo Emiliano o De Luca, con cui pure ha stipulato interessate alleanze congressuali. «Serve un ricambio, via la vecchia classe dirigente che ha sempre perso», attacca. Parole molto simili usa la sua principale antagonista, Elly Schlein: «Non possono esserci gli stessi interpreti del passato». E si fa strada l’idea che i due rivali, alla fine, siano destinati a collaborare: anche Schlein vuol liberarsi dalla ingombrante tutela della nomenklatura post-Pci che la sponsorizza, li ha già bocciati sul cambio del nome del Pd («Meglio cambiare facce») e sulla linea «pacifista» anti-Ucraina, e si è avvicinata a Bonaccini su diversi temi, come le politiche per il lavoro. E così si affaccia l’idea di un tandem post-primarie: se Schlein si piazzerà seconda con un buon risultato, Bonaccini potrebbe offrirle un posto di rilievo (vice, presidente, addirittura capogruppo) e utilizzarla per tagliar fuori la vecchia guardia.


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