• Dai grillini agli anti-Nato: ecco chi soffia sul fuoco

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    C’è il M5s delle piazze per il reddito di cittadinanza e c’è il Pd a mezz’ aria tra riformismo e radicalismo. E poi, tra tutte le opposizioni di Giorgia Meloni, ci sono gli altri che soffiano sul fuoco del disagio sociale, tra antagonisti di destra e di sinistra, studenti annoiati e sindacati che si autodefiniscono conflittuali. Una marea di sigle, un magma di rabbia non «canalizzata» – per usare una recente espressione di Giuseppe Conte – tutti pronti a scendere in piazza sfruttando l’occasione della manovra di bilancio.Oltre ai grillini ecco gli ex grillini. A partire dall’anti-euro Gianluigi Paragone. La sua Italexit, nonostante qualche dissidio interno, negli ultimi sondaggi è tornata sopra la soglia psicologica del 3%. E lui di recente è tornato ad attaccare il governo, in particolare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che «è stato ministro del governo Draghi e culturalmente è figlio di Draghi». E avanti con Alessandro Di Battista, altro ex pentastellato di lusso. Che proprio ieri in un video su Facebook ci è andato giù duro contro il premier. «La Meloni può citare Enrico Mattei quanto vuole ma sta dicendo le stesse identiche cose dette per mesi da Draghi o Letta. Anche lei pensa più agli interessi della Nato che a quelli europei», la frase di Dibba.

    Su quella che una volta era la «finanziaria» sono pronti a dare battaglia i sindacati. Tutti puntano a un inverno caldissimo e la Cgil e la Uil hanno tirato fuori di nuovo lo «sciopero generale». Appuntamento in piazza a Roma il 16 dicembre. Parola d’ordine? Sfasciare la manovra. Una legge di bilancio che per la «duplice», dato che la Cisl si è sfilata dalla protesta, «non solo è sbagliata ma contiene idee di riforma molto regressive. Invece di combattere la precarietà si reintroducono i voucher.

    Anziché aumentare i salari si premiano gli evasori innalzando il contante». Ma non bisogna dimenticare il resto della galassia sindacale, sigle piccole ma ancora più aggressive. Sono le organizzazioni di base. Dai Cobas all’Unione Sindacale di Base. Tutti autodefinitisi «sindacati conflittuali e di classe». Sono già scesi in piazza il 2 dicembre nella Capitale, dopo uno sciopero convocato il giorno precedente. «Giù le armi, su i salari», lo slogan del corteo. In piazza con i sindacalisti di base anche Rifondazione Comunista, parte del cartello Unione Popolare di Luigi De Magistris che si è presentato alle ultime elezioni politiche senza raggiungere il quorum.

    Al grido di «Fuori l’Italia dalla Nato» il 2 dicembre a Roma si è fatto vedere il segretario rifondarolo in persona, l’ex ministro Paolo Ferrero. Perché nella stagione di contestazioni che attende Meloni si intrecciano, confusamente, la protesta sociale e le ragioni dei pacifisti più accaniti. In questo ultimo segmento si stanno facendo largo la Rete Italiana per la Pace e il Disarmo di Francesco Vignarca e il Movimento Nonviolento di Mao (sigh) Valpiana. Anti-Nato, paradossalmente, come l’estremista di destra Giuliano Castellino, ora fondatore di Italia Libera insieme all’avvocato Carlo Taormina. Castellino ha già dichiarato a ottobre di essere «pronto al dissenso», perché «la Meloni non ci ha mai rappresentato». L’ex esponente di Forza Nuova si è distinto, negativamente, in passato per la virulenza delle sue posizioni No Vax e No Green Pass. E anche l’universo antivaccinista è tornato di nuovo in piazza a Milano il 26 novembre, sotto le insegne del «Coordinamento Lombardia Oltre il Green Pass». E ancora gli studenti, che dopo il no al convegno di Fdi alla Sapienza si stanno dando da fare occupando i licei. A dicembre sciopereranno perfino operatori del settore aereo, benzinai, medici e veterinari.


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