Covid-19, il vaccino della tubercolosi può rafforzare il sistema immunitario. Al via gli studi

In Olanda, Germania e Australia partono le sperimentazioni cliniche che saranno condotte su operatori sanitari e anziani.

“Tutti i grandi sono stati bambini”. La frase che campeggia sul frontespizio de “Il piccolo principe” di Antoine di Saint Exupery ben si presta anche all’evoluzione del sistema immunitario umano, che ovviamente si modifica nel tempo, pur rimanendo il responsabile chiave delle reazioni dell’organismo nei confronti di virus e batteri.

Nella lotta al coronavirus Sars2-CoV-2019, la scienza potrebbe ora puntare anche su un meccanismo che porti a “ringiovanire” l’apparato difensivo, utilizzando come possibile stimolante l’ormai datato vaccino per la tubercolosi, costruito con il bacillo di Calmette-Guerin o Bcg.

Il Bcg si basa sull’utilizzo di un ceppo inattivato di Mycobacterium bovis, molto simile al classico micobatterio della tubercolosi, ma in questo caso la somministrazione dello stimolo immunitario punta soprattutto a potenziare, anche se in modo aspecifico, la capacità di risposta dell’organismo del ricevente, rendendola più efficace (almeno questa è la speranza) anche nei confronti dell’infezione da coronavirus pandemico.

Gli studi

Il primo studio per valutare l’efficacia di questo approccio è in partenza in Olanda: si prevede di coinvolgere 1000 operatori sanitari in due ospedali universitari, quello di Nijmegen e quello di Utrecht. A 500 verrà somministrato il bacillo di Calmette-Guerin, e agli altri 500 un semplice placebo. Lo studio è coordinato da Mihai Netea, docente di Medicina interna sperimentale alla Radboud University.

Questo primo studio potrebbe aprire la strada a una “immunoprevenzione” (una sorta di surrogato temporaneo in attesa di un vaccino efficace) aspecifica nei confronti dell’infezione da coronavirus, offrendo indicazioni su un possibile ruolo della vaccinazione come “stimolo” per una maggior risposta anche a un patogeno profondamente diverso, appunto il virus Sars2-CoV-2019.

Non si tratta, va segnalato, dell’unico trial clinico in partenza. Una ricerca molto simile sta per decollare anche in Australia, a cura dell’Università di Melbourne, sempre sugli operatori sanitari. Ma si punta anche a comprendere quali effetti potrebbe avere questa vaccinazione come stimolo immunitario per gli anziani. Lo stesso Netea in collaborazione con l’Università di Atene ha in programma uno studio sulla protezione della popolazione avanti con gli anni e un protocollo simile si ipotizza anche all’Università di Exeter. E il Max Planck Institute for Infection Biology ha recentemente annunciato di voler dare il via a una ricerca del tutto simile a quella olandese, con un protocollo che prevede l’arruolamento sia di anziani che si operatori sanitari, utilizzando però una versione geneticamente modificata del classico Bcg.

I due tipi di immunità

Il razionale di questo approccio è apparentemente semplice. In termini generali esistono infatti due tipi di immunità. C’è quella naturale o innata, che compare prima durante l’evoluzione, e si attiva in seguito al contatto con prodotti di molti agenti patogeni. Questo tipo di immunità si distingue a sua volta in umorale, realizzata da vari sistemi presenti nel sangue, e cellulare. Poi esiste l’immunità acquisita, che si sviluppa in seguito all’esposizione dell’organismo a un determinato antigene, come ad esempio accade in chi ha superato l’infezione da coronavirus: in questo caso si producono anticorpi specifici e sono presenti linfociti attivati nei confronti del potenziale “nemico” nel caso in cui questo si ripresenti.

Il potenziale ruolo del Bcg si concentra nel primo meccanismo di difesa, quello legato appunto all’immunità innata. A dare sostegno a questa ipotesi di lavoro c’è anche un chiaro dato epidemiologico: i bambini e i giovani tendono ad avere sintomi molto meno intensi, o risultano addirittura asintomatici nei confronti del coronavirus.

Ed è su questo aspetto che si punta con la somministrazione del Bcg, in particolare per le popolazioni a maggior rischio d’infezione da Sars2-CoV-2019 come gli operatori sanitari e gli anziani. “Col tempo questa risposta tende a sfumarsi– riprende Moretta -. Nei più piccoli insomma il sistema innato è iperattivato, e inoltre è molto plastico, riesce cioè ad adattarsi meglio agli stimoli che vengono dalle vaccinazioni e dalle infezioni naturali, rispetto all’anziano. Il Bcg, come altri recenti adiuvanti contenuti in alcuni vaccini, potrebbe riuscire a “rigenerare” in senso positivo questo sistema stimolando le cellule dendritiche che presentano gli antigeni (in questo caso quelli classici del virus Sars2-CoV-2019, praticamente ignoti all’apparato difensivo dell’organismo, ndr) alle cellule T che scatenano la reazione difensiva da parte degli stessi linfociti T-killer e con la produzione di anticorpi protettivi”.

Il risultato, che tutti auspichiamo, è rendere più forte l’apparato di difesa nei confronti dell’infezione. Al momento non ci sono trial che dimostrino chiaramente questa possibilità, ovviamente nei confronti di altri virus. Ma ci sono comunque indicazioni pubblicate e condotte su popolazioni in Africa che sembrano rivelare un calo aspecifico delle infezioni in chi si è vaccinato con il Bcg. Per le risposte mirate sul coronavirus, solo il futuro ci dirà se questa semplice arma potrà essere utile. Il Sole 24 Ore